Ricordi: Milano 2016 - La Messa Laica del The River Tour

- di Nebraska78 -
“Ciao Milano, fa troppo caldo? Andiamo!”
È iniziato così il sesto appuntamento che Bruce Springsteen ha fissato con Milano. 3 luglio 2016, in scena sul suolo del vecchio continente c’è il The River Tour 2.0; tra pareri altalenanti e qualche perplessità i cancelli del Tempio del Calcio si aprono per una nuova emozionante serata in compagnia del Circus.

Alle 20:15 sulle note di C’era Una Volta il West, Bruce fa il suo ingresso sul palco mentre il pubblico, il suo pubblico, colora i tre anelli di San Siro di azzurro e bianco, i colori della copertina dello storico album The River del 1980; tutto è magico, tutto è decisamente springsteeniano. Anche il Capo esprime gratitudine anche se in tono minore rispetto al 2013 quando, evidentemente emozionato, lesse la grande scritta Our Love Is Real quasi con le lacrime agli occhi. Poco male perché nell’arco delle due serate milanesi avrà modo di ricambiare la gratitudine con canzoni da urlo.
Sospiro forte e via che si va. È il primo concerto dal 2009, di quelli che ho visto io ovviamente, che Bruce sale sul palco solo con la E-Street Band; dopo aver lasciato a casa tutta la sezione fiati, quella percussioni e i cori, il richiamo al passato è uno dei must di questo tour. Una E-Street Band ovviamente rimaneggiata, Danny e Clarence sono andati avanti, e con qualche anno in più che però ritrova in Steve Van Zandt un valente chitarrista che non si limita a far da comparsa sul palco. Nils Lofgren, scacciata l’ombra di Tom Morello, torna ad essere il Godfather Of The Guitar e il sempre degno Garry Tallent stacca note basse con la solita maestria. Nulla da dire sul Professore e sulla sua professionalità e sulla bravura di Charles Giordano che non fa rimpiangere Danny Federici. Jake Clemons è il mistero della serata: “Sarà all’altezza di tenere il palco senza l’aiuto di Ed Manion e soci?” questa volta direi di sì anche se non ha il carisma di suo zio (probabilmente non l’avrà mai ma è giusto così). Soozie Tyrell completa la sezione ritmica con l’acustica, normalmente affidata a Patti che deve avere qualche allergia a San Siro, e con il violino. Vi starete chiedendo che fine ha fatto Max Wienberg; avete ragione: per lui menzione speciale perché ha dimostrato, per l’ennesima volta, di essere l’ingranaggio perfettamente oliato di quel grande motore che la E-Street Band.
Il via non è dei migliori; il Capo fatica a ingranare in Land Of Hope And Dream, ma effettivamente il caldo su Milano è decisamente ingombrante. Poco male, non ci scoraggiamo, basta aspettare un attimo e le note di The Ties That Bind allontanano i pensieri negativi. Da lì in poi sarà una cavalcata memorabile che noi quattro, io Ivana, che nel frattempo è diventata mia moglie, insieme agli amici storici Stefano e Monica, viviamo con trasporto totale. Otto scoppiettanti canzoni di The River più una Spirit in The Night che sembra una messa gospel cantata, si susseguono a un ritmo decisamente impressionante; sembra quasi che l’animo del Boss cominci a girare dopo essersi scaldato bene. Via alle richieste – che dio ce ne scampi – e parte la prima cover: Lucille di Little Richard; evviva il rock ‘n roll che prosegue con You Can Look in cui Bruce e Steve improvvisano un bel teatro. Sempre emozionante è Death To My Hometown che ti fa riflettere su come può diventare la storia dell’uomo quando manca il miraggio del futuro che termina mentre sulla notte milanese scende il buio. Tre Due Uno Via…. I’m Come From The Valley… sono queste le parole introdotte dalla più famosa suonata d’armonica a bocca della musica moderna; scende il buio su San Siro mentre le parole e le note di ferro e fuoco di The River salgono verso l’infinito e oltre. Trentasei anni di onorato servizio non bastano a definire quanto siano state importanti per la crescita umana e sociale di ogni persona che in quel momento gremiva ogni angolo dello stadio. La risposta del pubblico è stata un’immensa fiamma, suddivisa in tante piccole fiammelle a dimostrare l’amore verso un cantante ma soprattutto verso un uomo che, con le sue canzoni, è stato in grado di raccontarci tutti.
È il turno di Point Blank che per noi, io e mia moglie intendo, è un pezzo fondamentale del nostro percorso insieme. L’anno prima è stata la colonna sonora del nostro giorno più bello: quello del fatidico sì. L’emozione non ha voce; o forse sì. Ed ecco a voi la prima sorpresa della serata: Trapped di Jimmy Cliff, una di quelle canzoni che vorresti sentire tutti i giorni, soprattutto se a farla è Bruce Springsteen. ‘cause I’m trapped, oh yeah è l’urlo che incendia il cielo stellato di Milano; una carica adrenalinica allo stato puro. The Promised Land, I’m A Rocker e una bellissima versione di Lucky Town cantata proprio a Milano, una delle città fortunate per il rocker di Freehold.
Termine primo round. Springsteen davanti decisamente ai punti. Al suono del gong la ripresa si apre con la sezione Born In The USA (album). Nulla a che vedere con il 2013, sia ben chiaro, ma sappiamo bene che quando si parla di Milano, qualche pezzo di quell’album non potrà mai mancare: Working On A Highway, Darlington County e I’m On Fire, portano in grembo un altro pezzo fondamentale: Drive All Night. La prima volta dopo Torino 2009 e la prima volta senza Clarence Clemons al sax; emozione pura anche perché è una delle nostre canzoni. Manco il tempo per riprenderci che parte Because The Night a completare la mia personale setlist da condividere con mia moglie.
Usciti dalla variante ci si mette sul rettilineo finale che inizia con le parole speranzose di The Rising contrapposte a quelle dure di Badlands. Ormai il clima è infernale; anche il Capo se ne accorge e si ricorda che Milano non è il posto per coretti di ragazzi di Waitin’ On A Sunny Day. Via con il rock duro e puro; non può essere altrimenti. Ladies and Gentleman, fans di ogni parte d’Italia, giunti a San Siro per l’ennesima messa laica del rock ‘n roll, tutti in piedi, entra in campo sua maestà: Jungleland. Prima volta a Milano, finalmente la sento dal vivo e via all’impazzire del sangue che scorre nelle vene alla velocità del FrecciaRossa che corre giù a Roma. Padre Springsteen divulga la sua parola in un’omelia che cattura ogni senso del tuo corpo prima che fratello Jake inizi il suo assolo capace di farti dimenticare, per un momento, di essere quasi giunto alla fine. Ha tremato tutto, anche la Madonnina in cima al Duomo.
Ragazzi, questo è il concerto della mia vita!
Partono le possenti bacchette di Max a introdurre Born In The Usa, un must a San Siro e via all’urlo di tutto il pubblico e, forse, anche dei muri. Luci accese, battito che sale e dal palco si sente: is there anybody alive out there? C’è ancora qualcuno di vivo là fuori?
Sogno e realtà si mischiano a Milano; un sogno e una realtà che durano da quel lontano agosto del 1975, quando un giovane Springsteen, si presenta al mondo come il nuovo Mosè alla guida del suo popolo. Parte Born To Run. Non ho parole da aggiungere, solo una lacrima che sento ancora bagnare la mia guancia. Quel 3 luglio dell’anno scorso, come ogni volta che ascolto quella canzone, un qualcosa di misterioso si è risvegliato in me; una forza sovrumana che ti fa sentire più forte di ogni problema, più vivo di ogni complicazione.
Ramord, l’immancabile Dancing In The Dark e Tenth Avenue Freeze Out chiudono il conto di una serata magica ed emozionante. Shout e il festival della musica svuotano il palco ma non l’animo; tutti sanno che manca l’ultimo tassello di questo puzzle. Ed eccolo, solo armato della sua chitarra e della sua armonica, il Capo torna sul palco per l’ennesimo ed emozionante saluto a tutti i presenti: Thunder Road in acustico. Ultimo sussulto di emozioni e ultimo spaso di cuore: è davvero finita!
Ci ho messo un anno ad elaborare questo post che sembra banale ma che non lo è (almeno per me). Questo concerto, sebbene sia stato uno dei più belli – di quello del 5 parlerò più avanti – mi ha messo nelle condizioni di trovarmi di fronte ad un bivio e di fronte alla scelta di privilegiare una via rispetto all’altra. L’amore incondizionato che provo per Bruce e per la sua musica, l’emozione di poter condividere le sue messe laiche insieme ad amici sempre nuovi e sempre partecipi, l’incontro con alcune canzoni che mi rappresentano più di altre si scontra con quell’esigenza (qualcuno lo chiamerà fanatismo) che vorrebbe essere sempre attesa. Ormai, dopo diversi concerti il tuo personale juke-box spera che quella rarità o quella chicca possano essere parte del tuo bagaglio futuro e ti oscurano un po’ l’ennesima riproposizione di Hungry Heart. Ma questo è un altro discorso che magari affronterò più avanti.
Oggi è il momento del ricordo di una magia, l’ennesima, che si è consumata sotto il cielo stellato di Milano. Al rientro verso casa, rigorosamente a radio spenta, mentre mia moglie e i miei amici dormivano, ho ripensato alla fortuna di esserci stato; anche questa volta.

So Long Boss!  

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